USCITA OGGI EPIGRAPHICA LXXXVIIII, 2026

Con il patrocinio dell’AIEGL è uscito oggi il numero LXXXVIII di Epigraphica, Periodico internazionale di epigrafia, fondato ne 1939 diretto da Aristide Calderini, Giancarlo Susini e Angela Donati.  L’ERMA DI BRETSCHNEIDER Roma-Bristol, pp. 550

Direttore Responsabile: Attilio Mastino
Condirettore Maria Bollini
Vice Direttori Antonio M. Corda e Paola Ruggeri
Segretaria di redazione Maria Bastiana Cocco
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Grazie agli oltre 60 autori ed all’Editore Roberto Marcucci de L’ERMA con tutti i suoi collaboratori
ORDAZIONI: L’ERMA DI BRETSCHNEIDER, Via Marianna Dionigi 52 00193 ROMA  www.lerma.it
Il ricordo di Giovanna Sotgiu (Antonio M. Corda e Attilio Mastino)
Il ricordo di Gianfranco Paci (Raimondo Zucca)
Recensioni
Gian Luca Gregori, Recensione a F. Gallo, S. Lazzarini, M. Reali (edd.),
La loquacità degli spazi bianchi in epigrafia, Milano, Biblioteca Ambrosiana,
2024 (Ambrosiana Graecolatina 13), 392 pp.; ISBN 978-88-6894-770-5.) p. 529
Attilio Mastino, Recensione a J.M. Abascal Palazón, A. López Fernández,
Epigrafía romana de Galicia, II, Provincia de Ourense, Fundación L.
Monteagudo, 2025, 3 volumi, 1749 pp.: 1. Comarca de Ourense y zona
oriental, ISBN 978-84-09-71755-2; 2. A Limia y zona occidental, ISBN
978-84-09-71756-9; 3. Inscriciones viarias (con la colaboración de H. Pires),
ISBN 978-84-09-71758-3. » 533
Attilio Mastino, Recensione a José Cardim-Ribeiro, Da Civitas de Felicitas
Iulia Olisipo e seu ager e da prática epigráfica, Lisboa, 2023, pp. 190, ill. » 537

La scomparsa di Giovanna Sotgiu

Giovanna Sotgiu (1925–2026)

Con la scomparsa a cento anni d’età di Giovanna Sotgiu, l’epigrafia latina perde una delle sue figure più autorevoli nel campo degli studi sulle province romane e, in particolare, la studiosa che più di ogni altra ha contribuito, nel secondo Novecento, alla conoscenza sistematica della Sardegna romana attraverso l’analisi delle fonti epigrafiche. La sua opera scientifica, sviluppatasi lungo un arco di oltre quarant’anni a Cagliari, si distingue per rigore metodologico, continuità di interessi e profonda consapevolezza del valore storico delle iscrizioni, inserendosi a pieno titolo nella migliore tradizione dell’epigrafia classica. Formatasi in un ambiente accademico nel quale l’epigrafia costituiva uno strumento essenziale per la ricostruzione storica del mondo romano, Giovanna Sotgiu orientò sin dagli esordi la propria ricerca verso lo studio della Sardegna antica, un ambito che, nonostante l’importanza strategica dell’isola nel Mediterraneo occidentale, risultava ancora fortemente dipendente, sul piano documentario, dai volumi ottocenteschi del Corpus Inscriptionum Latinarum e dall’Ephemeris Epigraphica. L’obiettivo che guidò tutta la sua attività scientifica fu quello di superare questo stato di dipendenza, restituendo alla Sardegna un corpus epigrafico aggiornato, criticamente vagliato e storicamente interpretabile.

Giovanna Sotgiu ci lascia il ricordo di una vita di testimonianza, di impegno, di dedizione per gli altri: le tappe della sua carriera sono segnate dalla scuola di Bachisio Raimondo Motzo e di Piero Meloni, ma anche a Roma di Attilio Degrassi, di Gaetano De Sanctis, di Margherita Guarducci e di Guido Barbieri; e poi dalla libera docenza nel 1960, dalla nomina a primo professore ordinario di Epigrafia Latina in Italia nel 1970, infine dal riconoscimento del titolo di professore emerito deliberato dalla Facoltà alla quale apparteneva nel 2002, tappe che si accompagnano alla stima ed all’affetto con i quali l’hanno seguita tanti colleghi, tanti amici come Bruno Luiselli o Pietro Meloni, tanti allievi, tanti studenti, tanti operatori dei beni culturali in Italia e nel Maghreb, come testimoniano le pagine del volume Cultus splendore. Studi in onore di G. Sotgiu curato nel 2003 dall’allievo prediletto Antonio Maria Corda, che hanno visto la partecipazione anche di studiosi finlandesi, francesi, algerini, tunisini: testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi, riconoscimento significativo dell’autorevolezza scientifica di Giovanna Sotgiu. L’ampiezza tematica di quella miscellanea riflette con chiarezza la varietà e la profondità dell’impatto esercitato dalla sua opera, dall’epigrafia alla storia religiosa, dalla Sardegna romana alle dinamiche più generali del mondo provinciale, in particolare africano. L’opera offre una lettura storiografica complessiva del percorso scientifico della Sotgiu, mettendo in evidenza il ruolo decisivo svolto dalla studiosa nel superamento della frammentarietà documentaria e nell’inserimento della Sardegna a pieno titolo nel panorama degli studi epigrafici dell’Impero romano. In essa viene sottolineata la coerenza di un itinerario di ricerca che, a partire dalla sistemazione del corpus epigrafico, ha saputo sviluppare interpretazioni storiche di ampio respiro, fornendo un modello metodologico ancora pienamente valido. In questo senso, Cultus splendore non rappresenta soltanto un tributo personale, ma anche la testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi.  Vent’anni fa scrivevo: << Arrivata alla sua età, Giovanna Sotgiu continua ad esprimere una vitalità che ci lascia senza parole, come quando nelle torride giornate di agosto l’abbiamo vista lavorare coi suoi allievi nelle terme, nel campidoglio o nell’anfiteatro di Uthina in Tunisia: da lei abbiamo imparato non solo un metodo ed una disciplina, ma soprattutto una passione, il gusto rigoroso per l’esame diretto dei testi, l’attenzione per il territorio, per l’ambiente naturale, per i luoghi, che ci mettono in comunicazione con il passato, visto attraverso le scritture antiche, e dunque le istituzioni, la vita religiosa, i commerci, l’esercito. Così ad Antas presso il tempio del Sardus Pater ricostruito da Caracalla o sull’acropoli di Cornus nella città di Ampsicora o a Sulci (nella Collezione Giacomina), a Nora e nella Barbaria  della Sardegna interna, alla ricerca di collezioni e di raccolte di iscrizioni che poi sono state oggetto di accuratissimi studi. E poi l’interesse per le sconfinate terre africane tra il Marocco e la Tunisia, fin dal lontano articolo sulla cohors II Sardorum, il progetto pilota di Oudna, le visite ad Uchi Maius, senza chiusure e anzi con mille curiosità e con attenzione per nuovi metodi di ricerca: un interesse che è riuscita a comunicare anche a tutti noi, coinvolgendo ricercatori, assegnisti, dottorandi, studenti, coi quali ha continuato a mantenere un rapporto come professore a contratto nell’Università di Sassari>>.

Il mio ricordo più lontano è a Londra nel 1969, studente, in occasione di una visita alle collezioni del British Museum, alla quale partecipai un po’ abusivamente, matricola assieme a tanti laureandi; un po’ come in Gallura, qualche mese dopo, introdotto con una forzatura troppo generosa della Sotgiu al fianco degli specializzandi della Scuola di Studi Sardi, un’élite un poco esclusiva e non sempre tollerante con gli studenti di primo pelo; ma da allora tante sono state le occasioni per sviluppare un rapporto di lavoro che è stato anche di devozione e di affetto, come negli anni cagliaritani e poi in  Tunisia, un’impresa quella di Uthina che poi Antonio M. Corda avrebbe proseguito negli anni.

Il contributo più duraturo e scientificamente incisivo di Giovanna Sotgiu è rappresentato dall’opera dedicata alle Iscrizioni Latine della Sardegna, concepita come supplemento al CIL X e all’Ephemeris Epigraphica VIII. I due volumi, pubblicati rispettivamente nel 1961 e nel 1968, costituiscono ancora oggi lo strumento di riferimento imprescindibile per lo studio dell’epigrafia sarda, un’opera fondativa per un’intera generazione di studiosi. In questi volumi, la Sotgiu raccolse e riesaminò criticamente un numero significativo di iscrizioni, molte delle quali inedite o note solo attraverso tradizioni antiquarie spesso imprecise. La cura filologica dell’edizione, la precisione dell’apparato critico e l’attenzione alle condizioni di rinvenimento e conservazione dei monumenti epigrafici fanno delle Iscrizioni Latine della Sardegna un modello di lavoro pienamente inserito nella tradizione del Corpus, ma al tempo stesso aperto alle esigenze della ricerca storica contemporanea. Particolarmente significativa è l’impostazione complessiva dell’opera, nella quale le iscrizioni non sono mai presentate come documenti isolati, bensì come elementi di un sistema complesso, funzionale alla ricostruzione delle strutture urbane, sociali e istituzionali della Sardegna romana. In questo senso, il lavoro della Sotgiu ha segnato un punto di svolta, ponendo le basi per ogni successiva indagine storica fondata su dati epigrafici. Particolarmente innovativo, accurato, pieno di informazioni e destinato a durare nel tempo è il secondo volume, dedicato alle lucerne romane, con la storia dei traffici soprattutto dal Nord Africa, le intersezioni, le importazioni, partendo dai Praedia Pullaienorum contigui ad Uchi Maius; ai signacula della Sardegna stava lavorando negli ultimi anni.

Analogo valore ha il contributo L’epigrafia latina in Sardegna dopo il C.I.L. X e l’E.E. VIII (1988), pubblicato nell’Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. In questo saggio, che rappresenta una vera e propria opera di riferimento, l’autrice ha offerto un bilancio critico complessivo della documentazione epigrafica sarda, discutendo in modo sistematico testi, problemi interpretativi e prospettive di ricerca. La chiarezza dell’impianto, la completezza della bibliografia e la capacità di integrare epigrafia, storia e archeologia rendono questo contributo uno strumento imprescindibile per chiunque si occupi della Sardegna romana, confermando il ruolo centrale svolto dalla Sotgiu nella costruzione di un quadro storiografico solido e duraturo.

Le sue prime ricerche erano iniziate con lo studio La Sardegna e il patrimonio imperiale nell’Alto Impero (1957), nel quale l’autrice affrontava il tema della presenza imperiale nell’isola attraverso una lettura attenta delle testimonianze epigrafiche, utilizzate per ricostruire assetti amministrativi, forme di gestione patrimoniale e implicazioni politiche del controllo imperiale. Già in questo lavoro emergevano la solidità del metodo e la capacità di collocare i dati epigrafici all’interno di un quadro storico complessivo. Ma solo due anni dopo nel 1959, apriva il suo secondo orizzonte, quello africano, con l’articolo sull’Archivio Storico Sardo dedicato alla Cohors II Sardorum: si erano allora da poco conclusi gli scavi – tanto fortunati – di Marcel Le Glay nel campo militare di Rapidum, che era stato il primo accampamento africano della coorte, anticipando le osservazioni che poi sarebbero state fatte da Nacera Benseddik e da Jean-Pierre Laporte.

Accanto all’opera di sistemazione del corpus, Giovanna Sotgiu dedicò numerosi studi a singoli documenti di particolare rilevanza storica. Tra questi si segnala il contributo Un miliario inedito sardo di L. Domitius Alexander e l’ampiezza della sua rivolta (1964), nel quale l’analisi di un’iscrizione stradale diventa occasione per una riflessione più ampia sulla portata politica della rivolta di Domizio Alessandro e sui meccanismi di controllo imperiale in Sardegna nell’età di Massenzio. Lo studio della viabilità emerge anche nel saggio Nuovo miliario della via a Karalibus Turrem (1989), che arricchisce il quadro della rete stradale dell’isola e offre nuovi elementi per la comprensione dell’organizzazione territoriale. In questi lavori, l’autrice dimostra una rara capacità di coniugare l’analisi tecnica del documento epigrafico con una lettura storica di ampio respiro, nella quale la viabilità assume un ruolo centrale come strumento di integrazione e controllo.

Un altro filone di ricerca di grande rilievo è quello dedicato alla storia religiosa, e in particolare alla diffusione dei culti orientali in Sardegna. Il saggio Per la diffusione del culto di Sabazio. Testimonianze dalla Sardegna (1980), pubblicato nella collana degli Études préliminaires aux religions orientales dans l’Empire romain, costituisce un contributo fondamentale alla comprensione delle dinamiche di circolazione religiosa nell’Impero, mostrando come anche una provincia considerata periferica partecipasse pienamente a tali fenomeni. A questo studio si affianca Culti egiziani nella Sardegna romana: il dio Apis (1992), nel quale Sotgiu affronta con equilibrio e rigore il problema della presenza dei culti egiziani nell’isola, evitando interpretazioni forzate e inserendo le testimonianze epigrafiche in un contesto storico e culturale più ampio. In questi lavori emerge con chiarezza l’attenzione dell’autrice per i processi di acculturazione e per le modalità di ricezione dei culti all’interno delle comunità locali.

Tra i suoi allievi vorrei ricordare anche Marcella Bonello Lai (scomparsa nel 2015), Franco Porrà, Ignazio Didu, indirettamente Piergiorgio Floris, Paola Ruggeri, Antonio Ibba, Salvatore Ganga, Alberto Gavini, Tiziana Carboni, Maria Bastiana Cocco. Quando Claudio Farre e Giorgio Rusta organizzarono a Bitti il 22 dicembre 2014 un convegno in suo onore, scherzammo anche su questo suo carattere barbaricino, come a proposito della polemica con il suo maestro a proposito del procurator ripae di Turris Libisonis: ne ridevamo spesso con Marina Biddau, la sua adorata nipote.

Nel ricordare Giovanna Sotgiu, la comunità scientifica rende omaggio a una studiosa che ha restituito voce, contesto e significato alle iscrizioni della Sardegna romana, trasformandole in strumenti fondamentali per la ricostruzione storica dell’isola. La solidità del suo lavoro, la sobrietà dello stile e la costante attenzione alla dimensione storica dell’epigrafia fanno delle sue ricerche un patrimonio destinato a durare. La sua opera continua a vivere nei corpora da lei costruiti, negli studi che ha ispirato e nel metodo rigoroso che ha contribuito a consolidare, assicurandole un posto stabile nella storia dell’epigrafia latina.

Sassari, I gennaio 2026.

Attilio Mastino

 

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Curriculum professionale di Giovanna Sotgiu nata a Bitti il 25 ottobre 1925, scomparsa a Cagliari il I gennaio 2025.

 

Laureata in lettere classiche (storia romana, 1950) presso l’Università degli studi di Cagliari (tesi intitolata  Supplementum epigraphicum ad CIL X), ha conseguito nel 1955 la specializzazione in Storia antica a Roma-Università degli Studi La Sapienza.

Assistente volontario presso la Cattedra di Storia antica dell’Università degli Studi di Cagliari fino al 1955, dal 1956, come assist. inc. e successivamente ordinario, ha avuto l’incarico della cattedra di epigrafia latina presso il medesimo ateneo. Nel 1960 ha conseguito la libera docenza in epigrafia latina e dal 1970 è professore ordinario della materia.

Dal 1957 al 1997 ha tenuto i corsi di epigrafia latina del corso di laurea in lettere; dal 1970 al 1979 ha avuto l’incarico per l’insegnamento di Antichità greche e romane; dal 1983 al 1986 l’incarico per Archeologia Cristiana e dal 1987 al 1992 l’incarico per Archeologia fenicio-punica.

È stata docente di Antichità punico-romane della Sardegna nella Scuola di Specializzazione in Studi Sardi (Università degli Studi di Cagliari) e di Epigrafia latina nella Scuola di Specializzazione in Archeologia (Università degli Studi di Cagliari).

Dal novembre 1983 al novembre 1988 è stata Direttore dell’Istituto di Archeologia, Antichità e Arte dell’Università degli Studi di Cagliari per poi ricoprire dal nov. 1988 al nov. 1994 la direzione del Dipartimento di Scienze archeologiche e storico artistiche.

È membro direttivo della Deputazione di Storia patria della Sardegna e fa parte della Commissione epigrafica dell’Unione Accademica Nazionale. È stata coordinatore regionale del Sottoprogetto “Giacimenti culturali” legato al progetto Ambiente, un programma volto alla valorizzazione del territorio e frutto del protocollo d’intesa tra l’Università e la Regione Sarda.

Ha fatto parte del comitato scientifico organizzatore per il Congresso Internazionale di Epigrafia Greca e Latina (Roma – 1997).

Dal 1995 al 2000 è stata, per la parte italiana, coordinatore scientifico e tecnico della missione archeologica ad Uthina-Oudna (Tunisia) composta da studiosi italiani e da archeologi tunisini dell’Institut National du Patrimoine del Ministero della cultura tunisino. Dal 1999 al 2000 è stata responsabile scientifico del progetto pilota del MAE in Tunisia denominato “Aqua 2000”. Dal 1 novembre 2000 è consulente scientifico dell’Institut National du Patrimonine di Tunisi e dell’Università di Cagliari per l’attività dell’équipe italo-tunisina ad Uthina (Tunisia)

Nel 2001 è stato professore a contratto di Epigrafia Latina (corso sull’Instrumentum domesticum) presso il Dipartimento di Storia (Facoltà di Lettere) dell’Università di Sassari.

Falsificazioni e collezioni epigrafiche

Falsificazioni e collezioni epigrafiche a cura di Lorenzo Calvelli e Ginette Vagenheim, L’ERMA di BRETSCHNEIDER, 53° volume della Collana Epigrafia e antichità

USCITO OGGI

 

 

 

 

DALL’INTRODUZIONE

Falsifications  et collections épigraphiques

Le « cycle de vie » des inscriptions

 

Au cours du XIXe siècle, les fondateurs de la science épigraphique décidèrent de réunir dans une seule section du Corpus inscriptionum Latinarum (CIL), intitulée falsae vel alienae, les inscriptions fausses et les inscriptions déplacées, en les marquant d’un astérisque. À leurs yeux, ces deux types de monuments inscrits ne devaient pas être utilisés comme sources historiques car ils ne permettaient pas de reconstruire l’histoire ancienne ou la topographie antique. Or, cette confusion échappe encore aujourd’hui aux non-spécialistes et, par conséquent, la présence de ces deux groupes d’inscriptions dans une même section du Corpus provoque souvent l’incompréhension.

Au cours du XVIe Congrès International d’Épigraphie Grecque et Latine nous sommes revenu.e.s sur l’approche traditionnelle réservée aux « inscriptions fausses et déplacées » en dépassant le jugement négatif qu’elles ont trop souvent suscité, notamment grâce à l’exploration de nouvelles approches méthodologiques. La section parallèle que nous avons organisée était destinée à tou.te.s les collègues qui travaillent sur ces deux thématiques selon des approches diverses et à travers des contextes historiques et géographiques multiples. Parmi les pistes possibles mais non exclusives, on s’est demandé si les falsae pouvaient être considérées comme des produits de l’histoire de la culture et on s’est interrogé sur la nature des relations et dynamiques qu’elles établissaient entre l’antiquité et l’époque où elles furent inventées. Dans cette perspective, d’autres questions ont pu être alors posées, touchant à la taxonomie de ces documents et à la nature de la falsification, qu’elle soit sur pierre ou sur papier, intentionnelle ou destinée à reproduire ou imiter les modèles classiques. Pour ce qui concerne les falsae vel alienae, on a rappelé les mots de Théodor Mommsen (1817-1903) dans une lettre du 5 octobre 1868 qui avouait à son destinataire, Giuseppe Antonelli, que parmi les sources antiques, l’épigraphie était la plus complexe qui soit et que les deux grands dommages causés à cette science étaient précisément le déplacement des pierres et la falsification.

Or, depuis toujours, les inscriptions se déplacent en des pérégrinations souvent marquées par de nombreuses étapes pouvant conduire, en dernière instance, à l’oblitération ou même à l’oubli de leur origine. De même, les inscriptions furent toujours objets de contrefaçon, parfois de façon frauduleuse, mais elles furent aussi souvent prises comme des exempla pour la création de répliques d’inspiration classique. Comme le souligne Anthony Grafton :

The new forgery stemmed less from practical needs than from nostalgia. It aimed above all at recreating a past even more to the taste of modern readers and scholars than was the real antiquity uncovered by technical scholarship.

C’est ce qui se passa, par exemple, lors de la redécouverte du corps à la Renaissance, qui donna naissance aux travaux sur la médecine antique et sur l’art de la gymnastique ; l’engouement suscité alors par les découvertes d’édifices et objets liés aux soins du corps engendra la « création » d’inscriptions attestant l’existence d’institutions telles que les schola medicorum, que Maria Ángeles Alonso fait remonter au célèbre faussaire  Pirro Ligorio (1512-1583). Le rôle joué par les deux grands problèmes liés à l’épigraphie, évoqués plus haut, était déjà clair pour Mommsen au moment où, en janvier 1847, il présenta à l’Académie des Sciences de Berlin son projet pour la réalisation d’un Corpus inscriptionum Latinarum. La deuxième et la troisième section de cette Denkschrift sont, en effet, consacrées respectivement au classement des inscriptions (Anordnung der Inschriften) et à leur critique (Kritik der Inschriften), répartie à son tour en deux sous-sections relatives au problème de la génuinité (Kritik der Ächtheit) et à la reconstruction du texte épigraphique (Constituirung des Textes). Toutefois, l’influence des deux phénomènes de la mobilité des inscriptions et de la falsification épigraphique était déjà connue de nombreux érudits de la période humaniste et de la Renaissance. Des intellectuels de la stature d’un Fra Giovanni Giocondo (Vérone 1433- Rome 1515) et Benedetto Egio de Spolète (meurt après 1566), ainsi que de leurs contemporains Jean Matal (1517-1597), Antonio Agustín (1517-1586) et Martin de Smet (1525-1578), tous formés à l’école du juriste milanais Andrea Alciato (1492-1550), avaient déjà conscience du phénomène fréquent de déplacement des inscriptions d’un endroit à un autre, ainsi que des risques de la production épigraphique inventée ou interpolée pour des finalités très diverses.

Face à ces considérations, la question qui vient spontanément à l’esprit est pourquoi donc étudier aujourd’hui le collectionnisme et la falsification épigraphique, alors même que ces phénomènes sont bien connus depuis des siècles. La réponse vient, selon nous, de la possibilité d’examiner les inscriptions selon une perspective nouvelle et, à plusieurs égards, antithétique à celle adoptée jusqu’ici. En effet, les déplacements des inscriptions ne doivent plus être considérés comme des éléments négatifs qui mettent à mal la pureté des sources anciennes en arrachant les inscriptions à leur contexte originel ; au contraire, l’histoire des monuments inscrits devrait être considérée comme une série de segments d’un « cycle de vie », selon l’heureuse définition d’Alison Cooley, qu’il convient d’analyser selon une méthodologie qui soit exempte de préjugés et jugements qualitatifs.

On a déjà rappelé que dans les corpora épigraphiques de la seconde moitié du XIXe siècle, les inscriptions fausses et celles qui avaient été déplacées de leur contexte originel furent réunies dans une seule section, appelée falsae vel alienae, malgré leur différence ontologique,  et frappées du symbole graphique d’un astérisque, assimilable à une marque d’infamie rendant ces deux catégories de textes inutilisables à des fins de recherche scientifique et à la construction de l’histoire d’une localité ou d’un territoire donné. Certes, aujourd’hui encore, l’identification du contexte antique et originel pour lequel le monument inscrit fut créé reste une des principales finalités de tous ceux qui étudient les sources épigraphiques. À ce propos, l’approche heuristique la meilleure s’est révélée être celle qui cherche à retracer à rebours l’histoire de l’objet ou monument inscrit, à partir de son lieu de conservation actuel (ou du dernier lieu où est attestée sa présence) jusqu’au contexte -idéalement – ou plutôt à la « situation » pour laquelle il fut originellement produit. Cette approche, Alfredo Sansone l’étend avec bonheur aux possesseurs des recueils d’inscriptions et montre qu’un précieux manuscrit inédit, qui transmet des fragments des Fastes capitolins et dont le dernier possesseur fut Cristofano Amaduzzi (1740-1792) remonte, en réalité, à l’époque du pontificat de Paul III Farnèse. Pour revenir aux deux termes « contexte et situation », c’est volontairement que nous les utilisons. En effet, le premier nous permet de rappeler le titre du livre de Andrea Carandini, La forza del contesto, qui établit avec lucidité la nécessité qu’il y a à insérer chaque source (et pas seulement archéologique) dans le contexte historique dans lequel elle fut créée, mais aussi dans les contextes qui l’accueillirent au fil du temps, jusqu’à nos jours. En empruntant le terme « situation » à la théorie sémiotique de Foucault, Marion Lamé a suggéré pour sa part, de façon convaincante, d’identifier des « situations » de communication épigraphique dans lesquels un « dispositif » écrit interagit avec le paysage et les acteurs humains d’une époque. Jours. C’est ce qu’illustre la contribution de William Stenhouse en révélant ce lien dans la reconstruction du christianisme primitif à travers ses fondateurs et ses monuments à l’époque d’André Alciat cité plus haut ; ou encore Antonella Ferraro qui identifie dans la mode des généalogies, et notamment celles inventées par Giacomo Zabarella (1599-1679)  une façon, pour le patriciat vénitien d’affirmer son ancienneté et donc sa supériorité dans les luttes de pouvoirs. Reconstruire le cycle de vie des inscriptions signifie donc reconstruire chaque étape de leur histoire et les placer dans une séquence de situations épigraphiques dans lesquels est activée leur fonction de dispositif communicatoire d’un message écrit. Dans certains cas, une aide précieuse pour reconstruire un parcours aujourd’hui intraçable nous vient des travaux des humanistes qui ont consigné dans leurs carnets l’histoire d’inscriptions aujourd’hui perdues ; c’est ce que nous enseigne l’étude de Sandra Cano Aguilera et Joan Carbonell Manils à propos des recueils d’inscriptions d’Antonio Agustín. L’autre précieux réceptacle de la mémoire du cycle des vies des inscriptions est constitué par les collections ; la collection Vallentin du Cheylard, étudiée par Benoît Rossignol, Michèle Bois et Michel Christol nous renseigne à la fois sur les pratiques épigraphiques d’une région, la moyenne vallée du Rhône,  et sur les figures de ceux qui  contribuèrent à sa préservation et diffusion. En revanche, dans l’étude de Sergio España-Chamorro, ce sont les archives parisiennes qui jouent ce rôle et nous racontent les vicissitudes des inscriptions découvertes à l’occasion de la conquête et la colonisation françaises de l’Algérie, de la Tunisie et du Maroc. C’est l’exploration des manuscrits épigraphiques et des papiers d’archives ainsi que l’histoire des collections épigraphiques et des réseaux commerciaux et antiquaires qui nous livrent des informations inédites et essentielles sur le « cycle de vie » de ces inscriptions, qu’il faut donc parcourir à rebours, on l’a dit, et qui nous renseignent sur le concept de « falsification », une notion qui a beaucoup changé selon les époques et ne doit pas être interprétée selon nos critères contemporains. Dans les deux cas, il s’agit donc de récupérer des documents trop souvent négligés et pourtant essentiels pour l’étude de l’histoire ancienne.

Nous donnons suivre de brefs résumés des communications présentées pendant la section parallèle organisée à Bordeaux.

Résumés des communications

Dans son intervention intitulée Renaissance Responses to Christian Inscriptions, Epigrammata and Elogia, William Stenhouse (Yeshiva University) a examiné, à travers quelques exemples, la façon dont les érudits de la Renaissance ont utilisé les inscriptions pour documenter l’histoire de l’Église chrétienne primitive, révélant leur conception du faux, bien différente de celle des éditeurs du CIL. C’est que juste après le Concile de Trente, les antiquaires étaient à l’affût d’inscriptions permettant de localiser les premiers sites de culte ou les lieux de sépulture et de reconstruire les carrières d’éminents prélats. Cela était vrai à Rome, mais aussi ailleurs dans la péninsule italienne et dans des villes de France, d’Espagne où les historiens locaux préservaient la mémoire des congrégations, des évêques et des saints. Ils s’appuyaient parfois sur des documents que les éditeurs du XIXe siècle jugeaient douteux. Mais ils sont allés aussi jusqu’à inventer des témoignages destinés à être gravés et affichés dans des sites importants et les ont même fait imprimer dans certains cas. Leurs sources étaient constituées des manuscrits et des archives leur fournissant des modèles pour recréer ces témoignages ou en faire une imitation créative. C’est ainsi que l’illustre juriste Andrea Alciato, tira d’un codex ancien des informations relatives aux inscriptions de l’Antiquité tardive à Milan, comme l’inscription attestant que saint Ambroise avait fondé la basilique des Apôtres ; cependant, certains des textes tirés du codex sont plus sujets à caution, tout comme les copies ultérieures prétendument issues de la même source. On se demande alors s’il s’agit de recréations d’Alciato, ou si son manuscrit comprenait vraiment aussi des textes douteux. Quoi qu’il en soit, la publication montrera que les usages polémiques que fit Alciato des inscriptions paléochrétiennes nous en disent long sur sa conception et celles de ses contemporains face à la falsification épigraphique.

Maria Ángeles Alonso (Universidad Nacional de Educación a Distancia), nous a parlé des Inscriptiones falsae medicorum de Ligorio en el contexto de la cultura médica erudita del Renacimiento italiano, en partant de l’identification, parmi les falsae Ligorianae de CIL VI, 5, de 38 inscriptions concernant des médecins ainsi qu’une schola medicorum que Pirro Ligorio (1512-1581) a copiés dans divers manuscrits de ses Antichità romane et dans l’Enciclopedia del mondo antico, allant jusqu’à y décrire l’architecture et l’emplacement du prétendu édifice, mais aussi les divers exercices de gymnastique qui étaient pratiqués à l’intérieur de la schola. Nul doute que les liens d’amitié que Ligorio avait noués avec Girolamo Mercuriale (1530-1606), l’un des médecins les plus illustres de l’époque, au service du cardinal Alexandre Farnèse, ne sont pas étrangers à un tel intérêt. C’est ce que révèle d’ailleurs le nom de Ligorio comme pourvoyeur d’une inscription qui s’est révélée être fausse, dans le De arte gymnastica de Mercuriale, dont la seconde édition de 1573 fut en outre illustrée de nombreuses planches dues à Ligorio. Le but de cette communication a été d’évaluer dans quelle mesure la culture médicale de la Renaissance italienne, ainsi que la relation que Ligorio entretenait avec Mercuriale, mais aussi avec d’autres médecins, a influencé l’antiquaire dans sa création de fausses inscriptions de médecins à travers divers aspects, tels que le rapport aux inscriptions genuinae, à l’onomastique des personnages et à la nomenclature des professions évoquées. Une telle démarche vise à révéler l’étendue et la nature des connaissances mais également la dynamique intellectuelle déployée par Ligorio dans la création de ces faux.

Alfredo Sansone (Università degli Studi della Repubblica di San Marino) nous a éclairés sur les copies des Fasti e falsi di un inedito manoscritto epigrafico. Conservé à l’Accademia dei Filopatridi de Savignano sul Rubicone, le petit manuscrit inédit qui fut acquis au XVIIIe siècle par l’érudit Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-1792) fut écrit sur papier vers le milieu du XVIe siècle et contient une cinquantaine d’inscriptions trouvées à Rome entre 1538 et 1546. Les textes épigraphiques sont en outre annotés et certains encore inédits aujourd’hui. Le manuscrit permet ainsi d’identifier plus précisément la provenance de certains monuments, de confirmer l’authenticité d’inscriptions auparavant considérées comme douteuses et de nous fournir une des plus anciennes copies des Fasti Capitolini. Il s’agit pour l’auteur d’offrir une description préalable de cette collection épigraphique, dont l’édition sera publiée dans les actes de cette section et qui pourrait, malgré sa modestie, jouer un rôle non marginal dans l’histoire de la tradition manuscrite des inscriptions urbaines.

Sandra Cano Aguilera et Joan Carbonell Manils (Universitat Autònoma de Barcelona) se fondent sur un manuscrit de Bordeaux pour une première Aproximación al estudio de la génesis de los Diálogos de Antonio Agustín. Estudio del ms. 813 de la Bibliothèque Municipale de Bordeaux. L’œuvre illustre l’ensemble des connaissances numismatiques et épigraphiques accumulées par Antonio Agustín (1517-1586), tout au long de sa vie, pendant les trente ans passés en Italie (Bologne, Rome et Sicile) où il fut en contact avec les plus grands humanistes passionnés comme lui par la numismatique et l’épigraphie, parmi lesquels principalement Fulvio Orsini (1529-1600) et Onofrio Panvinio (1529-1568). L’ouvrage, imprimé et publié à titre posthume en 1587, est un exemple du modèle d’analyse critique des connaissances qui existait à l’époque, et présente et applique en outre les intuitions d’une “méthode scientifique” très avancées pour son époque. Dans leur communication, les auteurs ont présenté la longue genèse des matériaux utilisés par Agustín pour sa rédaction, dont une partie se trouve dans son carnet de notes intitulé Alveolus (conservé sous forme de manuscrit dans la Bibliothèque de l’Escurial ms. S-II-18). D’autre part, la riche collection épistolaire conservée par cet humaniste nous fournit des informations qui nous permettent de suivre avec une grande précision les vicissitudes du processus d’écriture (ajouts, ratures, suppressions, modifications, etc.). Enfin (et c’est peut-être le document le plus significatif en raison du manque d’une étude à ce jour), les auteurs ont analysé le ms. 813 de la Bibliothèque Municipale de Bordeaux, qui se révèle être une première ébauche de l’œuvre et qui contient même des corrections de l’auteur lui-même. Ils nous renseignent aussi sur les différents collectionneurs de monnaies et d’inscriptions, qui ont offert leurs collections à Agustín pour la rédaction de son œuvre. Dans une dernière section, ils nous proposent des exemples d’utilisation de la littérature de l’époque, en mettant l’accent sur le traitement des fausses copies. Les deux chercheurs souhaitent ainsi rendre compte de la diffusion de l’œuvre après sa publication et des exemplaires qui ont survécu et qui ont été conservées dans diverses bibliothèques à travers le monde.

Antonella Ferraro (Museo Nazionale Romano) a proposé une étude sur Il genealogista Giacomo Zabarella e la falsificazione epigrafica al tempo della Serenissima. Issu d’une célèbre famille padouane et membre de nombreuses académies locales, Giacomo Zabarella (1599-1679), était un antiquaire et un historien généalogiste vers qui certaines des familles vénitiennes les plus illustres, telles que les Zeno, les Correr, les Sanudo, les Querini, les Mocenigo et les Pesaro se sont tournées pour reconstituer les origines patriciennes de leur famille et les faire remonter à l’époque romaine. En Vénétie, le XVIIe siècle a été le témoin d’un véritable épanouissement de ce genre littéraire ; en effet, en raison d’une série de conflits au sein de la classe dirigeante de la Sérénissime, tant la noblesse provinciale que les instances conservatrices du patriciat ancien, étaient déterminées à préserver leurs privilèges. Giacomo Zabarella, comme d’autres antiquaires et généalogistes, se livrait donc à reconstructions historiques en utilisant les inscriptions latines et grecques de la Sérénissime dont certaines genuinae, bien que mal interprétées, mais d’autres créées pour l’occasion. À travers la relecture de ses œuvres, il est possible de reconstituer le modus operandi de cette catégorie particulière d’individus : le faussaire, le généalogiste, en analysant leur choix d’inscriptions génuines – certaines effectivement conservés dans des collections locales, d’autres connus grâce à des ouvrages imprimés – et des modèles utilisés pour la création de nouvelles inscriptions.

Benoît Rossignol (Université d’Avignon) et Michèle Bois (UMR 5648 CIHAM) se sont intéressés à La collection Vallentin du Cheylard et l’épigraphie de la moyenne vallée du Rhône. Michel Christol (Université de Paris 1 Panthéon-Sorbonne), présentera, dans le cadre de cette publication, un dossier complémentaire sur un des faux créés par Cholvy. Préservée jusqu’à aujourd’hui, la collection épigraphique Vallentin du Cheylard à Montélimar (Drôme) s’est constituée sur plusieurs générations entre la seconde moitié du XIXe siècle et la première du XXe. Outre la grande quantité d’inscriptions conservées, au moins une centaine, sa grande cohérence fait toute sa valeur. La collection offre un aperçu remarquable des pratiques épigraphiques dans la moyenne vallée du Rhône, de Vaison-la-Romaine à Uzès et d’Orange à Vienne. Au tournant du XIXe et du XXe siècle, Ludovic Vallentin et son fils Florian, magistrats érudits, étaient pleinement intégrés aux réseaux savants qui travaillaient à la publication des inscriptions : Allmer, Hirschfeld, Espérandieu. Si la disparition prématurée de Florian Vallentin l’empêcha de tenir une place à la hauteur de ses compétences dans cette histoire, la collection et ses archives permettent aujourd’hui de saisir la constitution d’un savoir. L’histoire de la collection est donc difficilement séparable de celle de la discipline épigraphique dans la région depuis l’érudition locale du XIXe siècle, puis l’élaboration du CIL XII par Hirschfeld jusqu’à la réalisation plus récente, depuis les années 1990, des volumes des Inscriptions latines de Narbonnaise. Toutefois, il n’existe pas d’inventaire complet publié. L’intérêt de la collection réside aussi dans le fait qu’elle éclaire les pratiques antiquaires, archéologiques mais aussi commerciales de l’époque, et notamment la réalisation de faux, dont ceux, nombreux, du marchand ardéchois Cholvy. Ceux-ci voisinent avec les inscriptions genuinae et visaient parfois moins à tromper qu’à équilibrer le marché du côté de l’offre. La collection compte encore quelques inscriptions encore inédites et des inscriptions sans provenance précisée : pour les identifier, il faut comprendre le cadre de prospection épigraphique qui déboucha sur la production de faux afin de les discriminer. C’est la même situation, et souvent les mêmes acteurs, qui déplaçaient les pierres génuines et fabriquaient les inscriptions fausses. Outre les relectures pratiquées pour les inscriptions de Vaison et de sa région, qui ont mis en évidence un cas de falsification d’inscription, un bilan effectué pour les inscriptions du Gard a permis l’attribution d’une provenance à une inscription inédite remarquable et a contribué à expliquer la fabrication de plusieurs faux. Un autre bilan concernant les inscriptions de Montélimar a permis la réattribution d’une inscription au corpus de Vienne. Afin de travailler en vue de la nécessaire publication d’un inventaire complet, la communication a précisé la place des faux dans la collection et dans son histoire notamment en explicitant les critères textuels et formels permettant de discriminer et de localiser. Ainsi, le travail d’édition des inscriptions génuines ne doit pas être séparé de l’études des cas plus douteux, des pierres falsifiées et des faux complets. Cela suppose la prise en compte des pratiques savantes dans la moyenne vallée du Rhône entre 1860 et 1960, mais aussi la restitution du paysage épigraphique et intellectuel disponible pour les faussaires et leurs clients potentiels.

Sergio España-Chamorro (Universidad Complutense de Madrid) a parlé de La epigrafía norteafricana en los archivos de París: pasado, presente y futuro. La conquête et la colonisation françaises de l’Algérie, de la Tunisie et du Maroc ont suscité un intérêt scientifique à bien des égards, dont l’étude du passé d’un point de vue archéologique et épigraphique y comprisde la part d’acteurs inattendus. Ainsi, les diverses brigades et commissions françaises copièrent pendant près de 150 ans de colonisation plus de 55 000 inscriptions. Qu’est-il advenu de toutes ces informations épigraphiques envoyées systématiquement à Paris ? Les archives parisiennes recèlent une grande quantité de données qui permettent de reconstituer le cycle de vie des inscriptions de l’Afrique du Nord, telles que la nature du support ou l’état de la pierre qui permettent également de corriger et confirmer les relevés, à signaler des inscriptions inédites et à accéder à des matériaux difficiles à consulter. Toutes ces informations (dessins, photographies et rapports) contribuent à compléter la connaissance des inscriptions, mais elles racontent aussi une page de l’histoire moderne des études épigraphiques en illustrant les stratégies coloniales d’intégration culturelle et l’appropriation européenne de l’héritage historique nord-africain qui prend racine dans les débats controversés sur la légitimité des collections patrimoniales des musées occidentaux.

USCITO OGGI IL VOLUME LXXXVII 2025 DI EPIGRAPHICA, L’ERMA DI BRETSCHNEIDER

INDICE

Rossana De Simone, In ricordo di Maria Giulia Amadasi Guzzo p. 9

Attilio Mastino, La scomparsa di Manfred Clauss p.  15

Maria Silvia Bassignano, Epigrafi da Campagna Lupia (agro patavino) p. 17

Domenico Benoci, Un inedito cippo miliario dal territorio di Cisterna di Latina p. 25

François Bertrandy, Notes sur les Cirtéens dans les cohortes de Rome p. 33

Maria Luisa Bonsangue, Fabrice Bigot, Epitaphes inédites de Narbo Martius:

le site du «Carrefour des plages» (Ier-IIIe siècle ap. J.-C.) p. 45

Samuele Cambianica, Mattia Gillioz, L’epigrafe del sarcofago «anepigrafo» del

convento dei Serviti di Mendrisio (Ticino, Svizzera) p. 91

Giuseppe Camodeca, Nuove iscrizioni latine da Cumae p. 107

Giulio Ciampoltrini, Paola Rendini, C. Considius Nonianus, L. Luscius e

gli altri. Bolli doliari d’età post-sillana nella Media Valle dell’Albegna p. 121

Giorgio Crimi, Una stele inedita di un sesquiplicarius degli equites singulares

Augusti p. 131

Werner Eck, Zu den zeitlichen Unterschieden zwischen tribunicia potestas und

Konsulatsdatum in den Bürgerrechtserlassen p. 151

Adriana Tosca Esbardo, Nuova lettura di un’iscrizione della regio VIII:

CIL XI 833 p. 165

Claudio Farre, I cippi a capanna della Sardegna: ulteriori riflessioni su testi editi

e inediti p. 173

Marta Fogagnolo, Reimpiego e rifunzionalizzazione del supporto epigrafico:

un esempio da Didyma p. 187

Annarosa Gallo, Assetto istituzionale ed epigrafia pubblica a Taras, colonia

Neptunia e Tarentum dal II secolo a.C. al tardo impero p. 201

Pietro Garofoli, Reimpiego e trasformazione ‘statica’ del patrimonio epigrafico:

il caso di Lindos II 465 p. 221

Gian Luca Gregori, Disiecta membra. Alcune inedite iscrizioni amerine p. 241

Samia Jouini, Nouvelle stèle à Saturne des environs de Vaga (Béja, en Tunisie) p. 249

Yann Le Bohec, Un nouveau document et les estampilles de l’armée romaine

d’Afrique p. 265

Patrick Le Roux, Un évocat à Legio VII Gemina (León) p. 281

Orazio Licandro, Perpetuus nei Fasti di Privernum e nelle Res Gestae Divi

Augusti. Epigrafia e filologia delle istituzioni politiche romane p. 295

Marta Marucci, Alcune osservazioni sull’impiego del segno L in luogo di ἔτος

in iscrizioni sepolcrali greche di Roma p. 319

Ioan Piso, La carrière équestre de M. Ulpius Cerialis p. 335

Francesca Prado, Un adlectus inter tribunicios dal corpus epigrafico di Centuripe? p. 361

Víctor Revilla Calvo, Alejandro G. Sinner, Élites y autorrepresentación en

contexto rural. Una inscripción de los Manlii en el santuario de Can Modolell

(Cabrera de Mar, Barcelona) p. 375

Paola Ruggeri, Il Saturno-Frugifero del municipio di Thignica (Aïn Tounga),

Tunisia; custode della sacralità di un luogo speciale p. 395

Lorenzo Serino, I nomi collettivi dei negotiatores italici e il contesto linguistico

di Delo nel II sec. a.C. p. 413

Marina Silvestrini, Sergio Capurso, Un’inedita iscrizione funeraria da

Sipontum p. 427

Enrico Angelo Stanco, L. Volusius L.f. Maro: la fortunata carriera del figlio

di un liberto intraprendente e capace p. 437

Sergio Turrisi, Autorappresentazione e considerazione sociale degli insegnanti nella

società romana tra Repubblica e Principato: fonti letterarie vs iscrizioni latine p. 459

Ginette Vagenheim, Pirro Ligorio et la statue de saint Hippolyte à la Bibliothèque

Apostolique Vaticane p. 471

Rocco Viccione, L’ultima statua onoraria dalla diocesi italiciana. A proposito

di CIL X 4859 da Venafrum p. 495

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Schede e notizie

Oscar Luis Ciliendo, Una nuova iscrizione da Aquilonia p. 507

Simone Don, Uno dei primi quattuorviri iure dicundo di Verona (Pais 629) p. 512

Maria Rosa Turi, Un peso fittile iscritto da Paestum p. 516

Serena Zoia, Un frammento inedito da S. Ambrogio a Milano p. 523

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Recensioni

Maria Letizia Caldelli, Gian Luca Gregori, Recensione a T. Nuorluoto,

Latin Female Cognomina. A Study on the Personal Names of Roman Women,

Helsinki, Societas Scientiarum Fennica, 2023 (Commentationes Humanarum

Litterarum 146), 529 pp. ISBN 978-951-653-498-8. p. 531

Chiara Calvano, Recensione a S. Rocchi, S. Andronio (edd.), Mariangelo Accursio

tra l’Italia e l’Europa. Poeta, filologo, epigrafista e diplomatico, Roma, Deinotera,

2023, pp. XIII, 295. ISBN 978-88-89951-43-9. p. 538

Ginette Vagenheim, Recensione a A. Sansone, Amicizia ed erudizione. Il carteggio

scientifico tra Bartolomeo Borghesi e Luigi Nardi. Lettere scelte (1802-1837),

«Strumenti e documenti n. 8», Centro Sammarinese di Studi Storici

dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino, 2024, 306 pp.

ISBN 979-12-80232-82-3. p. 543

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Nouvelles de l’A.I.E.G.L. 2024 p. 545

Elenco dei collaboratori p. 549

La collana «Epigrafia e Antichità» p. 551

LA SARDEGNA NEL MONDO ROMANO FINO A COSTANTINO

Il 25 aprile ore 17,30 Pascal Arnaud (Università di Lione) presenterà a Cagliari nell’aula Motzo (Piazza d’armi) il volume di Attilio Matino, La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, collana  Sardiniae memoria diretta da Paolo Maninchedda, UNICAPRESS diretta da Antonio M. Corda, 2025

<< I Romani sottrassero la Sardegna – almeno stando a Polibio – con l’inganno e con giustificazioni inaccettabili: occuparono un’isola vasta, popolosa e fertile, senza esser stati provocati, molti mesi dopo il trattato che chiudeva la prima guerra punica. Questa sarebbe stata la causa principale della guerra annibalica, dopo la proditoria occupazione delle città, delle terre, delle miniere da parte dei mercenari per conto dei Romani, alla vigilia della rivolta di Hampsicora.

A partire da questo momento, le mille eredità culturali, linguistiche, istituzionali, giuridiche, economiche paleosarde e cartaginesi in Sardegna si confrontarono, anche militarmente con Roma, dimostrando una complessità e una dignità che andavano ben al di là della sola esperienza punica.

Furono i populares, in particolare Cesare e poi Augusto, ad avviare un processo di “romanizzazione” di quella che Cicerone conosce ancora come la natio Sarda, processo che non oscurò mai completamente la cultura locale, ma che divenne inarrestabile e che si accompagnò con il nuovo immaginario dell’isola felice (eudàimon), che godeva di una mitica abbondanza di prodotti ed era abitata dalle Ninfe del mare e della terra. Questo volume vuole tentare di ribaltare la prospettiva di interpretazione della storia della Sardegna, non più come isolata, ma inserita attivamente nel mondo romano, richiamandosi ai grandi maestri che hanno studiato l’importanza decisiva della fase romana fino a Costantino e ben oltre.

Dietro questo libro c’è l’appassionato lavoro sul campo di generazioni di studiosi impegnati con coraggio in grandi imprese sempre più internazionali, con uno sguardo largo e un orizzonte finalmente aperto: a loro siamo debitori di tante scoperte, di tante intuizioni, di tanti scambi e confronti all’interno dell’ecuméne romana>>.

<<Attilio Mastino (1949), è uno storico ed epigrafista, studioso del mondo antico, specialista nello studio dell’antichità classica ed in particolare nella storia delle province romane del bacino del Mediterraneo. Fondatore e presidente dal 2016 al 2024 della Scuola Archeologica Italiana di Cartagine.

Dal 2009 al 2014 è stato Rettore dell’Università di Sassari, dove ha insegnato dal 1981 fino al 2019 Storia Romana nel corso di laurea in Beni Culturali e nel Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione. Allievo di Giovanni Lilliu, Bruno Luiselli, Mario Torelli, Fausto Zevi, Angela Donati, Lidio Gasperini, Giancarlo Susini, dopo aver lavorato per dieci anni presso l’Università di Cagliari con Piero Meloni e Giovanna Sotgiu, è stato direttore del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari, direttore del Centro sulle province romane, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, presidente del Dottorato di ricerca Il Mediterraneo in età antica.

Per un decennio Pro rettore vicario con delega alla ricerca e al bilancio tra il 1998 e il 2009.

È oggi un epigrafista con incarichi a livello internazionale; ha diretto gli scavi archeologici di Uchi Maius e di Thignica in Tunisia; ha lavorato a Cartagine, Thugga, Bulla Regia, al castellum Tamudense in Marocco, a Constantine in Algeria, a Leptis Magna in Libia, così come a Bengasi in Cirenaica; naturalmente in Sardegna a partire dagli scavi di Cornus del 1978. Presiede da 40 anni il Comitato scientifico dei 22 Convegni finora svolti su L’Africa Romana (1983-2022); ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui l’”Onorificenza dello storico arabo”.

È direttore di “Epigraphica”, la principale rivista del settore, fondata 85 anni fa da Aristide Calderini. È Membro del Consiglio di amministrazione dei Musei Reali di Torino>>.